Gérard de Nerval

“In Africa si sogna l’India, come in Europa si sogna l’Africa; l’ideale risplende sempre al di là del nostro orizzonte attuale.”

Con questo pseudonimo viene conosciuto lo scrittore francese Gérard Labrunie (Parigi 1808, – ivi 1855). Viene considerato un precursore delle successive riflessioni decadentiste, grazie alle sue opere ricche di riferimenti simbolici, onirici ed esoterici.

Dopo aver lavorato nel campo del giornalismo e in collaborazioni teatrali, e alcuni viaggi condotti in Italia, in Germania e in Belgio, ebbe una prima crisi di follia nel 1841. La morte dell’amata attrice Jenny Colon, nel 1842, può esse considerata una delle cause che lo portò a intraprendere un viaggio in Oriente.

Nel dicembre del 1842, de Nerval lasciò Parigi per Marsiglia “già famoso e ancora povero“, per salpare verso l’Egitto, il Libano e la Turchia. Si tratta anche di una sorta di viaggio di convalescenza, effettuato a causa del suo attacco di follia che descriverà così in una lettera alla moglie di Alexandre Dumas:

“(…) un’affezione definita dai dottori e chiamata indifferentemente Teomania o Demonomania nel dizionario medico. Con l’aiuto di definizioni incluse in questi due articoli, la scienza ha il diritto di far sparire o di ridurre al silenzio tutti i profeti e veggenti predetti dall’Apocalisse, cui mi illudevo di far parte.”

Questo viaggio ha due caratteristiche originali che lo distinguono dai suoi predecessori: la sua povertà, che lo spinge a stringere spesso i cordoni della borsa, e l’attenzione che riserva non tanto ai monumenti storici, ma piuttosto alle tradizioni e alla cultura degli autoctoni, immergendosi nella vita reale e quotidiana delle città che visita. In realtà, questa originalità scaturisce anche dalla decisione di romanzare il suo viaggio: oltre alle descrizioni di città mai visitate, omette completamente l’esistenza del suo compagno di viaggio, l’egittologo dilettante Joseph de Fonfride. 

Uno dei fili conduttori che attraversa il romanzo è quello del matrimonio, dal Cairo, dove gli viene spiegato che avere una donna in casa è d’uopo per un uomo scapolo che non vuol destare scalpore nel vicinato, al Libano dove il colpo di fulmine provato per la drusa Salema lo spinge ad enunciare:

“Poiché è stabilito che ci sono solo due tipi di epiloghi, il matrimonio o la morte, miriamo almeno a uno dei due.”

Nonostante ciò, non si sposerà mai con Salema, a causa di forti febbri che colpirono il narratore, costringendolo ad imbarcarsi il più velocemente possibile per Costantinopoli.

Sebbene Gérard acquisì importanza nei circoli letterari parigini sia con la traduzione del Faust di Goethe sia con alcuni scritti (Fra cui citeremo: Le voyage en Orient, Les illuminés, Les filles du feu, Aurélia), il suo male gli rese sempre più insostenibili le difficoltà della vita, tanto da spingerlo ad impiccarsi, nel 1855.

 

Fonti:

https://www.britannica.com/biography/Gerard-de-Nerval

L’harem, Gérard de Nerval, Passigli Editori

 

Domiziana Rossi

 

Nachman di Breslov

Rebbe Nachkann di Breslov, in ebraico נחמן מברסלב, nacque il 4 aprile 1722 a Medžybiž, nell’odierna Ucraina. Nipote del rabbino e mistico polacco fondatore del moderno chassidismo Israel ben Eliezer, (ישראל בן אליעזר‎, Yiśrā’ēl ben Ĕlī‛ezer), meglio noto come il Baʻal Shem Tov (בעל שם טוב‎, Baʻal Šēm-Ṭōv, ovvero Maestro del Nome di Dio, traducibile anche come Maestro del Buon Nome ), Nachman rivitalizzò il movimento creato dal nonno combinando la Qabbalah con un accurato studio della Torah.

haidismo ‹a-› (anche chaidismo o chassidismo) s. m. [der. dell’ebr. ḥăsīd «pio, devoto», pl. ḥăsīdīm]. – Movimento religioso che rappresenta l’ultima fase della mistica ebraica, manifestatosi in Germania già nel medioevo, e sviluppatosi poi come setta in Polonia verso la metà del sec. 18° (da dove si diffuse anche in Russia): nell’insegnamento dell’iniziatore di questa setta si afferma che Dio è presente in ogni cosa e che per innalzarsi a lui non è condizione necessaria lo studio della Legge e neppure una prassi ascetica di vita, ma è sufficiente servirlo con amore, in spirito di semplicità e letizia.

A Medžybiž, la cittadina che accoglie pellegrini chassid in visita alla tomba del Baʻal Shem Tom, giungono solo echi ovattati degli avvenimenti che sconvolgono il resto del mondo. I pogrom e le varie battaglie di guerre lontane non sconvolgono il piccolo e fervente shtetl dove Baʻal Shem Tom ha insegnato che si può divenire santi anche senza possedere eccelse conoscenze. Nonostante ciò, chi aspiri ad un livello spirituale superiore non è esente dallo studio: è però sufficiente dedicare allo studio il meglio di sé, raggiungendo almeno una buona preparazione di base. In questa atmosfera Nachman cresce, deciso a raggiungere quella conoscenza della Torah e a compiere buone azioni per mezzo di una fede incrollabile capace di trasformare ogni pensiero e gesto in un atto di preghiera.

Quando era fanciullo il Rebbe voleva realizzare alla lettera il verso: Ho posto Dio di fronte a me, sempre, e cercava continuamente di raffigurarsi davanti agli occhi il Nome ineffabile di Dio, anche mentre studiava con il suo insegnante.

Fin da giovane si dedicò all’ascetismo, con lo scopo dichiarato di non ascoltare più i richiami della carne: la fede va riconquistata infatti di giorno in giorno.

Già da bambino il Rebbe decise di staccarsi del tutto da questo mondo. Come primo passo rifiutò di provare alcun piacere nel mangiare. Rendendosi conto che stava ancora crescendo e che quindi non poteva privarsi di pasti regolari, decise di inghiottire il cibo senza masticarlo: in questo modo non ne avrebbe ricavato nessun piacere. Continuò a fare così finché la gola non gli si gonfiò completamente. (…) Dunque, teneva il cibo fra i denti senza lasciare che toccasse il palato, e in questo modo non lo assaporava.

La vita tormentata di Nachman venne raccolta dal suo discepolo Natan Sternhartz, che incontrò a Breslov. Oltre alle sue memorie, gli insegnamenti del Rabbe erano spesso raccontati sotto forma di storie; queste ricordano i tradizionali racconti chassidici solo per la brevità. Le storie di Nachman si discostano infatti da quelle dei chassidim per la struttura complessa e un’incredibile varietà di simboli che sembrano quasi ispirati da favole ataviche, antichissime e misteriose. Inoltre, l’ironia viene trasformata in sarcasmo da Nachman, e i personaggi chassidici, limitati alle tipologie di abitanti di uno shtetl, mutano grazie alla sua sfrenata fantasia in corsari, principesse, mendicanti misteriosi e giganti che trascinano alberi.

Le tredici storie che egli raccontò gli ultimi anni della sua vita sono quasi tutte interpretazioni allegoriche e qabbalistiche della Torah e dei suoi significati nascosti.

I detrattori di Nachman ritengono che le favole siano equiparabili a qualsiasi favola narrata alla maniera dei gentili, sebbene ancor più “presuntuose”, anche perché troppo complicate, astruse e quasi laiche.

La maggior parte dei discepoli, invece, è convinto del fatto che dietro ogni storia si celi una doppia interpretazione: uno universale, secondo il quale ogni personaggio sia un simbolo di una figura qabbalistica o di un evento cosmico, e uno personale, che vede sempre Nachman nascosto nelle figure principali e le lotte da loro sostenute.

“C’era una volta un re che aveva un saggio. Disse il re al saggio: C’è un uomo che si proclama valoroso guerriero e uomo di verità e modestia. Infatti, è molto valoroso. (…)Però se sia veramente un uomo di verità e modestia come afferma di essere, io non lo so. Così io voglio che tu mi porti un ritratto di quel re. (…) Il saggio andò in quel paese e rifletté che gli occorreva arrivare a conoscere la natura del paese. E come sarebbe arrivato a conoscere la natura del paese? Attraverso il suo umorismo (e cioè attraverso le cose che fanno ridere), perché quando si ha bisogno di conoscere una cosa, bisogna imparare a conoscere l’umorismo di quella stessa cosa, essendo l’umorismo di varie specie. C’è chi intende danneggiare davvero il prossimo con le parole, e quando glielo fanno notare risponde: Io scherzo, come dice la Scrittura, come chi trastullandosi e così via, e dice: Non vedi che sto scherzando? Ma c’è anche chi vuole scherzare e ciò nonostante il suo prossimo ne rimane danneggiato. E così ci sono diversi tipi di umorismo. (…)”

– Nachman di Breslav, “La Principessa Smarrita”

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Nachman_di_Breslov

La Principessa Smarrita, di Nachman di Breslov, Adelphi Editore.

http://www.treccani.it/vocabolario/hasidismo/

http://www.treccani.it/enciclopedia/nachman-di-breslavia/

 

Ḵosrow e Širin narrati da Neẓāmi Ganjavi

Abbiamo pochissime informazioni riguardanti la biografia di uno dei più grandi poeti persiani, Neẓāmi; si limitano infatti alla nascita avvenuta presso Ganjè, nella regione meridionale del Caucaso, nel 1141 (535H.) e alla morte sopraggiunta nel 1203 (600 H.).

Le sue opere, scritte su committenza principesca, vennero raccolte in un unico codice, Ḵamsa, ovvero il “quintetto”, conosciuto anche come Panj Ganj, “i cinque tesori”; il manoscritto più antico pervenuteci risale al 1362 (763 H.) ed è custodito all’interno della Bibliothèque Nationale di Parigi. I cinque poemi a rime baciate (mathnavī) sono: Ḵosrow e Širin, Leyli e Majnun, Haft Peykar (letteralmente “Le sette effigi”, tradotto in italiano come Le sette principesse), Maḵzan al-asrār (Il Magazzino dei Segreti, che ha forma didascalica e sapienzale) e Eskandar-nāma (Il Libro di Alessandro).

Manoscritto Vat. Pers. 110 contenente il Ḵamsa di Neẓāmi.

L’influenza che ebbe questo autore nella letteratura persiana è incomparabile: si conoscono infatti naẓiras, ovvero imitazioni, che ricalcano sia l’intero soggetto sia la metrica e le altre figure formali del poema originale.

I 6150 versi del poema Ḵosrow e Širin narrano dell’amore fra il re persiano Ḵosrow (590-628 CE) e la principessa Širin. Si tratta di due personaggi storicamente esistiti: l’autore bizantino Evagrius riporta passi tratti dalle lettere donate dal re sasanide Ḵosrow alla basilica di San Sergio in Roṣāph dopo la gravidanza della cristiana Širin.

 “And since Seirem [Sirēn, indeclinable, in Evagrius] is a Christian and I a pagan [hellēn], our law does not grant us freedom to have a Christian wife. So on account of my gratitude to you, for this reason I disregarded the law, and I held and hold from day to day this one among my wives as legitimate, and thus I resolved now to beseech your goodness that she conceive in her womb” (Theophylact, Eng. tr., p. 151)

“E siccome Shirin è una Cristiana e io un Pagano, le nostre leggi non consentono a noi la libertà di avere una moglie cristiana. Così, considerando la mia gratitudine per te, per questa ragione io ignorai la legge, e presi e prendo giorno dopo giorno ella tra le mie mogli come mia legittima, e pertanto mi sono deciso a implorare la tua benedizione affinché possa concepire nel suo grembo.”

Il fulcro del poema scritto nel 1180 è l’amore fra i due personaggi, osteggiato dal fatto che il desiderio di un matrimonio legittimo espresso più volte dalla cristiana Širin venga costantemente eluso da Ḵosrow. La proposta del re di prenderla come concubina offende più volte la principessa, che fugge lontano dal suo amato, nonostante il dolore.

L’inflessibilità e la resistenza della donna alle seduzioni del re contribuiscono a creare lo spessore psicologico caratteristico del personaggio di Širin, la protagonista femminile le cui decisioni vengono guidate dalla saggezza, e che meglio esprime l’ideale di “donna” formalizzata dal poeta. Sebbene nel poema Širin venga presentata come armena, in realtà pare che la Širin “storica” fosse piuttosto aramea o greca.

Probabilmente, le varie vicissitudini intercorse dagli amanti prima del “lieto fine”, ricalcano un eco dell’avversione provata dall’aristocrazia persiana e dal clero zoroastriano contro contro Shīrīn, una futura regina cristiana e soprattutto di origini non regali1.

Un Inno all’Amore segue l’introduzione di carattere “storico”:

Il mondo è amore, il resto non è che ipocrisia: tutto è gioco, salvo il gioco dell’amore2.

Il figlio del re sasanide Hormoz, il giovane e impetuoso principe ereditario Khosrow ignorava deliberatamente le responsabilità che avrebbe incontrato nella sua futura ascensione al trono; infatti, dedito a ogni sorta di piaceri e baldorie, egli trascorre la sua esistenza sollazzandosi fra un banchetto e una partita di caccia. Finché, galeotto fu il racconto di un compagno di bisboccia, Shāpūr che, tornato dalla corte della principessa Mehīn Bānū, decanta le delizie dell’Armenia, fra le quali spicca la bellissima nipote della padrona di casa, Shīrīn. La descrizione della giovane è così accattivante, le sue grazie così incantevoli, che Khosrow se ne innamora perdutamente.

Tornato in Armenia in qualità di pronubo, Shāpūr fa trovare a Shīrīn una serie di ritratti del giovane principe Khosrow che fanno cadere la fanciulla in deliquio d’amore, tanto da convincerla a fuggire verso Ctesifonte, alla ricerca del suo amato.

Nel frattempo, una nuova insidia si appresta a sconvolgere la serenità di Khosrow: infatti, un nemico dello stato cerca di seminare zizzania tra padre e figlio, facendo coniare e diffondendo false monete col nome di Khosrow Parvīz, per far credere che questi voglia usurpare il trono. Il principe viene avvertito tempestivamente e, prima di fuggire dall’ira del padre riparandosi alla corte di Mehīn Bānū, raccomanda alle ancelle di accogliere bene Shīrīn e di costruirle un castello.

I due si incrociano dunque a metà strada, ignari uno dell’identità dell’altra; l’incontro alla fonte dei due amanti è descritto magistralmente da Neẓāmī:

Vide regale aquila sopra pernice rapida,

un cipresso cresciuto sopra una freccia:

e per vergogna dell’occhio suo, nella fonte d’acqua,

così tremò ella come trema sull’acqua un raggio di luna3.

Nel frattempo Shīrīn giunge a Ctesifonte dove le ancelle hanno fatto costruire, per invidia, un castello in un luogo inospitale e malsano presso Kermanshāh, in una località nota oggi come Qasr-e Shīrīn,4. Dopo varie peripezie, i due si incontrano nuovamente in Armenia, dove la zia Mehīn Bānū permette alla giovane di partecipare alle feste goliardiche del giovane Khosrow, divenuto da poco re. I rapporti tra i due non dovranno però assumere connotati sconvenienti, almeno fino al matrimonio, unica e imprescindibile condizione per una relazione amorosa onorevole. Alcune caratteristiche di Shīrīn, ovvero la sua dolcezza e la forza del suo amore, la libertà e la dignità con le quali si relaziona con l’amato senza tuttavia superare i limiti dell’onesto, vengono rappresentati con un acume psicologico che costituisce un unicum nella letteratura islamica di questo genere5. I due innamorati giocano a polo, vanno a caccia insieme, discorrono affettuosamente e liberamente in lunghe serate di primavera; nonostante le rimostranze della donna, la passione fra i due non può che aumentare.

Un primo bacio suggella l’inizio di un’incessante opera di seduzione che Khosrow opera durante i loro incontri, cercando soddisfazione al suo desiderio grazie alla complicità di notti

più luminose e brillanti del giorno, ché il mondo era pieno del chiaro di luna che fa bianca la notte6.

Nonostante tutto, l’inflessibile onestà morale di Shīrīn non le permetterà di cedere al re se non dopo legittime nozze; il comportamento della fanciulla, descritto con un’ambiguità di fondo, è considerato da Neẓāmī una componente ineliminabile del fascino femminile7. Questa passione, dominata da Shīrīn, è tuttavia incontenibile per Khosrow, tanto da fargli accusare l’amata di essere ipocrita e di ostentare una finta superiorità. Nonostante il distacco tra gli amanti, il re segue il consiglio di Shīrīn8 di adoperarsi per recuperare il regno e tornare alle proprie occupazioni politiche.

La sconfitta dell’usurpatore e il recupero del proprio legittimo trono sono possibili solo grazie all’aiuto del Cesare di Bisanzio; per suggellare il loro accordo politico Khosrow sposa la figlia Maria.

Gli accordi pre-matrimoniali impedirebbero a Khosrow di prendere una seconda moglie, dunque, tramite il sempre fido Shāpūr, il re propone invano un’opzione di concubinaggio a una Shīrīn dolente rifugiatasi nel castello.

Nonostante la reclusione, o forse proprio in virtù di questa, Shīrīn decide di assecondare la sua golosità di latte: per far sì che diminuisca la distanza che intercorre tra i pascoli e il castello, incarica lo spaccapietre Farhād9 di costruire un lungo “lattedotto”. Mentre il giū-ye shīr10 è in costruzione, Shīrīn monitora il lavoro, offrendo viveri e bevande a quello che ormai considera un caro amico. Il geloso Khosrow ne viene informato e, al termine di un magistrale dialogo dove a ogni domanda del re Farhād risponde con un simbolo d’amore, promette che concederà Shīrīn allo spaccapietre se egli riuscirà a traforare l’immenso monte Bīsotūn11 che ostruisce il passaggio alle armate.

Quando lo spaccapietre riesce a completare l’ardua impresa, Khosrow ideerà un nuovo stratagemma per disfarsi del rivale: invia, dunque, un messaggero annunciante la morte di Shīrīn. La disperazione porta il ragazzo alla morte.

Anche dopo la morte di Maria12, Khosrow cerca di avere Shīrīn come concubina; tra i due ricomincia la schermaglia amorosa del nāz e niyāz13 che termina con il matrimonio del re con Scekar di Eṣfahān, stanco delle moine e del tergiversare dell’amata.

Ben presto, la nostalgia per Shīrīn spinge il re a recarsi al castello; ma il timore di cedere agli assalti dell’amato porta la donna a sprangare la porta e a far accomodare Khosrow su un trono all’esterno, in maniera da riceverlo dall’alto della terrazza. Segue un dialogo movimentatissimo, con alterni momenti di ira, di gelosia e di dolcezza da ambo le parti, ma il re non riesce a sopraffare l’inflessibile onestà di Shīrīn ed è costretto ad andarsene, irritato dall’inconciliabilità delle loro posizioni.

Pentita, Shīrīn lo segue fino all’accampamento, e grazie alla complicità dell’amico Shāpūr si nasconde dietro una tenda. Da qui suggerisce canti d’amore ad un menestrello, chiaramente riferibili alla loro tormentata storia d’amore; a questi il re risponde con altre liriche, per mezzo di un altro cantore. Questa parentesi “lirica” permette ai due amanti di rifuggire dai toni aspri dovuti ai rancori e ai risentimenti che avvelenavano il loro rapporto14, tanto da indurre la ragazza a rivelarsi al re gettandosi ai suoi piedi. Khosrow, rialzandola, cerca di baciarla, rischiando così di offendere Shīrīn e di rovinare la riconciliazione; fortunatamente interviene Shāpūr che, assumendo per l’ultima volta il suo ruolo di deux ex machina, spiega a Khosrow che solo un matrimonio legittimo avrebbe permesso la riappacificazione. Finalmente convinto, il re le promette non solo di sposarla, ma anche che non le si sarebbe avvicinato in stato di ebbrezza la prima notte di nozze. Promessa che, puntualmente, egli dimentica durante la festa, costringendo la novella sposa a farsi sostituire nel letto da una brutta vecchia camuffata con i suoi vestiti. Khosrow, incredulo, se ne accorge, ma ebbro di vino, si addormenta. Al risveglio, l’amata Shīrīn al suo fianco lo perdona e gli si concede.

Il lieto fine è ammantato di tristezza: il figlio che Khosrow ebbe da Maria, Shīrūyè, si innamora di Shīrīn, e usurpa il trono approfittando della tendenza del padre ad una vita pia e tranquilla.

Non soddisfatto, si macchia di parricidio: il re,

col fianco strappato mentr’era in dolce sonno, aprì d’un subito gli occhi e si vide morto15;

nonostante ciò, evita qualsiasi rumore per evitare di svegliare Shīrīn.

La donna finge di accettare la proposta di matrimonio del figliastro, ma si trafigge il petto sul cadavere di Khosrow: si stende al lato dell’amato, labbro a labbro e corpo a corpo, e muore. Il poeta, commosso per la storia, conclude il poema con una preghiera a Dio per i due amanti, seppur pagani.

O Dio, rendi fresco questo grumo di polvere,

perdona questi due amanti gentili!

Gloria a Shīrīn e al suo dolce morire!

Gloria al suo rubare i cuori e donare la vita!

È questo il modo vero di morire d’amore,

così è giusto dare per l’amato la vita!

Non tutte le donne sono deboli e vili,

ma donna è anche quell’uomo che non conosce passioni.

Quante delicate fanciulle che son virili leoni!

Quanti broccati leggeri nascondon figure leonine!

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MIRAK, Il ritratto di Ḵosrow viene mostrato a Širin, 1495. British Museum London.

Note:

1Questa avversione è ravvisabile anche nella visione negativa della regina riscontrata nelle versioni più antiche della storia, ad esempio nello Shahnāme di Ferdowsi (X-XI sec. d.C.). Orsatti 2010, p. 60.

2Bausani, Pagliaro 1968, p. 400.

3Bausani, Pagliaro 1968, p. 402. La metafora utilizzata compara il re alla regale aquila e al cipresso che si stagliano sopra la pernice rapida o la freccia, ovvero il destriero.

4Ovvero “il castello di Shīrīn”.

5Bausani, Pagliaro 1968, p. 403.

6Bausani, Pagliaro 1968, p. 404.

7Orsatti 2010, p. 60.

8Shīrīn funge da “specchio del principe”, consigliandolo e guidandolo verso la strada della vera regalità. La fanciulla come incarnazione del principio di saggezza, contrapposto alla gaudenza e all’immaturità di Khosrow, costituisce uno dei temi portanti dell’opera. Orsatti 2010, p. 61.

9Secondo altre versioni, si tratta di un architetto. (vd. Buckingham 1830, p. 60).

10Ovvero il “canale del latte”. Questo diventerà uno dei leitmotiv della narrativa e della lirica di tutto il periodo post-nezamiano della letteratura persiana. Bausani, Pagliaro 1968, p. 407.

11L’antico Behistūn, o Bagastana, ovvero “la terra degli Dei”, presso Kermanshāh. 

12Ferdowsi riporta così la morte della regina bizantina, secondo la traduzione di Pizzi 1888, p. 281: “Ma in dolor si stava/ Shirina intanto per Maria, le gote/Pallide per invidia ella si avea/Pur sempre, onde un veleno alfine alfine/Mortal le porse e la leggiadra figlia/Di sangue imperial migrò dal mondo.” La protesta del poeta contro la versione che designerebbe Shīrīn responsabile della morte di Maria mostra con chiarezza come Neẓāmī abbia personalmente rielaborato la leggenda, trasformando Shīrīn nell’essenza della purezza, idealizzazione dell’idea del “femminile”. Bausani, Pagliaro 1968, p. 409-410.

13Letteralmente “moina” e “bisogno”, queste due parole vengono utilizzate in persiano come complementari per designare gli atteggiamenti del supplice e di colui che si fa desiderare. Questa dinamica viene utilizzata nella cultura persiana per rappresentare l’amore, la relazione del re col suddito e quella di Dio con il credente. Orsatti 2010, p. 61.

14“Per i due amanti il fatto di parlarsi per bocca d’altri, nascosti l’uno all’altra da una tenda, adottando i moduli della poesia classica d’amore, rappresenta una vera e propria cura. (…)Khosrow riconosce, questa volta sinceramente, i suoi torti nei confronti di Shīrīn e finalmente parla da innamorato e non da re. (…) non sa che dietro la tenda c’è Shīrīn; perciò è sincero, e riesce a parlare senza farsi accecare dalla passione. Shīrīn, da parte sua, smette il suo atteggiamento altero e risentito (…) che l’aveva condotta quasi alla pazzia.” Orsatti 2010, p. 62. 

15Bausani, Pagliaro 1968, p. 411.

Manoscritto appartenente alla collezione della Biblioteca Vaticana:

http://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.pers.110

 

Bibliografia:
http://www.iranicaonline.org/articles/kamsa-of-nezami
http://www.iranicaonline.org/articles/kosrow-o-sirin
Orsatti 2010: P. Orsatti, L’incomprensione tra gli amanti nel poema Khosrow e Širin di Nezami, in Kervan – Rivista Internazionale di studii afroasiatici, 7-11, 2010, pp. 59-64.
Persiani, collana “I Maestri del Disegno”, a cura di B.W.Robinson, Bompiani.
Leyla e Majnun, di Neẓāmi, a cura di G. Calosso, Adelphi.
Le sette principesse, di Neẓāmi, a cura di A. Bausani e G. Calosso, BUR.
Storia della letteratura persiana, di A. Bausani e A. Pagliaro, 1968, Sansoni/Accademia.

Domiziana Rossi

Della contrattazione e dell’arte del ta’arof

Quando si parla di Oriente, sovviene alla mente il fruscìo di un drappo di seta, il profumo delle spezie, il malinconico richiamo dell’imam alle prime luci del sole e le grandiosità delle rovine di antiche civiltà la cui memoria si è ormai quasi perduta.

In realtà, non sono solo queste le particolarità del mondo orientale in senso lato (nonostante questa espressione sia quantomeno riduttiva e siano stati versati fiumi di inchiostro sul tema del cosiddetto “orientalismo”, utilizzeremo ugualmente la contrapposizione di Oriente/Occidente); il primato di caratteristica principale spetta al mercato, al bazar, al suq.

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Suq e bazar sono rispettivamente i termini in arabo e in persiano utilizzati per denominare qualcosa di più “vivo” del mercato inteso tradizionalmente. Non a caso, uno dei proverbi uzbeki enuncia:

“Tre cose l’uomo non si stanca mai di guardare: l’acqua, il fuoco e il bazar”.

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Non è difficile farsi incantare da questa bailemme di suoni, luci e colori; un viaggiatore può venir rapito per ore dal cromatismo delle varie specie di frutta o dal profumo delle varie spezie in esposizione al Siab di Samarcanda.

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Altrettanto facile è perdersi tra i vicoli del bazar di Shiraz, attirati dal luccichio delle pietre esposte dagli antiquari o assorti nell’ammirazione delle scatole di legno e nelle scacchiere splendidamente intagliate dagli artigiani persiani, sovrastati dalle bandiere esposte durante il periodo dell’Ashura.

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Neanche i più moderni suq, come quelli di Muscat o di Dubai, perdono il fascino dei colori che rifulgono dai tessuti esposti; complici dell’inebriamento sono anche i fumi di sandalo o del Frankincense di Salalah che si sprigionano dai numerosi incensieri sparsi entro le strade del mercato.

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In questo luogo di ritrovo, oltre che di smercio, nasce una delle arti più antiche in Oriente, che sia in Oman, in Persia, in Asia Centrale o sulle vette più alte del Caucaso: la contrattazione.

Il tempo impiegato nella ricerca di un compromesso e di un prezzo vantaggioso sia per il commerciante e sia per l’acquirente sembra quasi cristallizzarsi in una conversazione che può assumere, a tratti, caratteri di contemplazione.

Una delle particolarità tipiche della contrattazione in Uzbekistan è una conversazione svolta prevalentemente in russo, o in uzbeko. Fonti riportano come una delle poche frasi in inglese conosciute dai venditori del mercato di Urgut sia: “No, no, madame, business katastrof”.

Un consiglio quasi sempre valido: spesso allontanarsi durante la contrattazione può rivelarsi un’ottima tattica per far sì che il prezzo dell’oggetto desiderato si abbassi; ma è anche un metodo infallibile per far sì che il mercante ti segua per mezzo mercato, il che non è auspicabile quando la sua merce non ti piace abbastanza da acquistarla.

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Solitamente, in questa piccola cittadina vicina a Samarcanda non sono frequenti visitatori occidentali, dunque i prezzi non sono ancora eccessivamente alti, al contrario di quelli riscontrati in bazar ben più prestigiosi e visitati; uno fra tutti è quello di Bukhara. Qui, tra miniature, ceramiche splendidamente decorate e le fantasie dei celeberrimi tappeti, non è insolito imbattersi in bambini immersi a giocare con un Ipad.

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Invece, Urgut è uno dei luoghi dove conviene acquistare i susani, arazzi di cotone ricamati  spesso a mano che venivano utilizzati per abbellire le pareti delle yurte nomadi e ancora oggi imprescindibile decorazione di qualsiasi casa uzbeka. Qui potrebbe capitare di innamorarsi di un piccolo e costoso susani antico e splendidamente decorato ma, a volte, le preghiere e le incessanti contrattazioni non bastano a far calare il prezzo stabilito dalla proprietaria del susani in questione.

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Nonostante il cuore pianga a lasciare un così valido acquisto, una gita nel bazar di Urgut è di dovere, anche solo per fare la conoscenza di una vecchia venditrice di nome Majnuna o per fotografare i colori delle vesti uzbeke.

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Un discorso a parte meriterebbe l’arte del ta’arof (in persiano تعارف‎): questo codice di norme non scritte regola i comportamenti della maggioranza degli Iraniani. Fare ta’arof ad un ospite significa offrirgli il possibile; per comprendere pienamente, citerò le parole di un’amica persiana: “Fare ta’arof è quando arriva qualcuno a casa tua alle 3 di notte, e te vorresti solo dormire, ma non puoi. Quindi accendi la luce, gli dici che è il benvenuto, e se lui chiede “Disturbo?” tu dici che non disturba affatto, e gli offri il chai, i dolci e stai in piedi finché non se ne va.” Questo concetto, che si potrebbe quasi tradurre con “cortesia esagerata”, si estende anche nei rapporti tra commerciante e acquirente; invariabilmente, alla domanda “Chande?” (ovvero “Quanto?”), il venditore che vorrà fare ta’arof  risponderà: “mehman bashid” (letteralmente: “Sii mio ospite”). In questo caso, l’arte della contrattazione raggiunge delle vette artistiche quasi inimmaginabili, in un profluvio di sorrisi e frasi cortesi, finché l’acquirente non si allontanerà alleggerito dei suoi soldi ma soddisfatto dell’acquisto.

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(Tutte le immagini appartengono all’autore)

Domiziana Rossi

Come adottare un cane uzbeko

 

Samarcanda è una città dell’Uzbekistan che si estende per circa 108 kmq, a partire da un centro-città costituito sia dalle rovine in terra cruda dell’antico sito di Afrasiyab e sia da splendidi monumenti di epoca Timuride (XIV-XV sec.).

I suoi 500000 abitanti umani sono spesso accompagnati da numerosi altri abitanti di varie specie, dalle capre, alle galline, ai cani.

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I cani sono gli indiscussi padroni della città antica: le colline in terra cruda che si stagliano contro il cielo uzbeko si rivelano essere un ottimo rifugio, anche solo per il fatto che si trovino strategicamente nelle vicinanze del mercato più grande della città, il Siab. Il moltiplicarsi incontrollato dei cani ha reso necessarie delle soppressioni di massa, per impedire il costituirsi di branchi selvaggi, affamati e violenti, i cui membri tenderanno irrimediabilmente a procacciarsi il cibo in qualsiasi maniera, anche attaccando gli ignari passanti.

Questi cani randagi non sono l’unica varietà canina che solca le strade sia all’interno sia all’esterno della città; più ci si allontana dal centro e più aumentano le possibilità di incontrare gli alabai, utilizzati dai pastori come guardiani delle greggi che pascolano nella steppa. Somigliano molto ai “cugini” lupi; è consigliabile avvicinarsi ad un alabai solo in presenza del suo padrone, se non si vuole rischiare di essere costretti a correre più veloce delle sue potenti zampe. Spesso, l’incauto visitatore è forzato ad una fuga precipitosa solo per essersi troppo avvicinato al “territorio” protetto dall’alabai, che sia un’abitazione, una fossa, un gregge, o un tepa, ovvero una collina; in Asia Centrale questi tepa in terra cruda segnalano la localizzazione di un sito antico.

Fonti attendibili riportano che ultimamente sta prendendo piega la moda “occidentale” di tenere dei cani di razza in casa. Non vedrete mai un boxer o un pastore tedesco scorrazzare tenuti al guinzaglio per le vie di Samarcanda, ma pare che esistano, sebben siano tenuti all’interno delle case!

Data l’altra concentrazione di cani selvatici, non è improbabile che capiti di salvare un cucciolo arruffato e un po’ pulcioso da una sorte incerta in un magazzino buio dove era rimasto chiuso, chissà come. Uno dei nomi con cui si potrebbe ribattezzare un simile sacco di pulci, potrebbe essere Kafir, ovvero “infedele”; sebbene possa sembrare allettante accudire un piccolo alabai, è molto più probabile che si decida di portare il cucciolo in giro per la steppa, alimentati dalla vaga speranza che i figli di un contadino se ne innamorino e decidano di adottarlo.

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Invece, un po’ perché gli alabai sono sempre preziosi, un po’ perché dei bambini potrebbero decidere di rubarlo avendolo scambiato per una volpe, può accadere che il cucciolo salvato scompaia.

Passeggiare per le strade del centro di Samarcanda può rivelare sorprese inaspettate: che siano i colori e i profumi del Siab, o osservare il sole nascondersi dietro le colline di Afrasiyab al termine di una giornata trascorsa vagabondando per il mercato.

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Degna di attenzione è lo Shah-e Zinda – ovvero il complesso funerario ai piedi della collina di Afrasiyab; il suo nome, letteralmente significa “il Re Vivente” -, dopo aver ammirato per ore i colori splendenti delle mattonelle smaltate, il visitatore potrebbe decidere di camminare in direzione del Siab, percorrendo un lungo marciapiedi per evitare di essere messo sotto dall’impavida guida uzbeka.

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Occorre ricordare come sia fondamentale riuscire ad evitare le macchine antidiluviane che sfrecciano lungo le strade a tre corsie, accanto a dei rari carretti tirati da asini e a temerari pedoni che decidono di rischiare la propria vita attraversando le tre corsie prive di strisce pedonali.

Proprio mentre ci si incammina lungo questo marciapiedi, ci si potrebbe imbattere in un minuscolo cucciolo di cane pigolante, arruffato e bagnaticcio dopo chissà quali mirabolanti avventure.

Si dice che il vero amore, il famoso “colpo di fulmine” si riconosca immediatamente. Invece, a volte, un vero amore si può ritrovare in uno scarabocchio talmente minuscolo da non riuscire neanche ad abbaiare.

Fortunatamente, il viaggiatore dell’Asia Centrale ha sempre un amico “autoctono” che possa aiutarlo a orientarsi all’interno della complicata burocrazia uzbeka, che dell’ex Unione Sovietica ha mantenuto l’alfabeto cirillico e un procedimento, famoso anche in Italia, che si può riassumere con la frase: “Guardi, deve andare prima all’Ufficio al Quarto Piano Comma Bis, altrimenti la procedura non sarà valida.” Nel laconico russo parlato dagli uzbeki, ciò si riassume con “patom”, ovvero “dopo”. La procrastinazione e “l’inshallah”, se Dio vuole, tipici del mondo orientale possono riuscire a corrodere i nervi dell’occidentale più paziente.

L’iter necessario all’adozione di un cane, e soprattutto di riuscirlo a portare in Italia, prevede:

1. La visita del veterinario di Samarcanda, presso Lokhuti street 4, 140100, che provvederà a firmare un passaporto internazionale compilando tutte le voci con un corsivo cirillico incomprensibile al resto del mondo. Non vi preoccupate se la visita e la somministrazione di vaccini possano sembrarvi sbrigativi, nonostante vi siano stati chiesti 10000 sumi per il passaporto (ben 3 euro!). Anche il fatto che non timbri e che vi ripeta di tornare solo tre giorni prima della partenza può rivelarsi poco rassicurante.

2. Durante la seconda visita al veterinario di Samarcanda verrete spediti da un secondo veterinario, di cui non capirete il grado o il ruolo. L’unica cosa che vi può interessare è che vi dia dei moduli sempre in russo, dietro compenso di qualche altro sumi; pare che all’aeroporto di Tashkent vi sia infatti un terzo veterinario, che tradurrà in inglese questi documenti per l’aeroporto italiano dove atterrerete. Del doman non vi è certezza, dunque vi affiderete alle sue parole, tornerete dal primo veterinario e vi farete timbrare, finalmente, il passaporto.

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3. Tra il momento della partenza da Samarcanda e l’arrivo a Tashkent vi sono le ansie dettate da un professore torinese che racconterà dell’amico dell’amico il quale, una volta atterrato in Italia, è stato costretto a lasciare alla dogana l’animale adottato all’estero. La leggenda narra anche di un fantomatico laboratorio a Padova, dove verrebbero inviati tutti gli animali provenienti da altri continenti per sottostare a qualche analisi durante il periodo di quarantena. Questo potrebbe causarvi vari incubi, che si aggiungeranno allo scenario dettato dell’ansia che vi si presenta costantemente alla mente: dover abbandonare il cucciolo all’aeroporto di Tashkent, non trovando il terzo veterinario.

Un modo utile di trascorrere il tempo liberandosi dai cattivi pensieri potrebbe essere la ricerca di un cestino di plastica dove poter mettere il cane durante il viaggio. Purtroppo, a volte non si può essere fortunati e potrebbe essere necessario accontentarsi di una scatola il cui manico sia costituito da un pezzo di spago, grazie all’ingegnosità di un autista ottantenne.

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Prima di intraprendere le quattro ore del treno Samarcanda-Tashkent bisognerà premunirsi da “sorprese” causate dal normale svolgimento delle funzioni vitali, occorrerà un pannolino di emergenza, ottenuto modificando delle vecchie mutande facendo un buco per la coda. Un assorbente completerà il tutto, confidando e sperando che sia sufficiente.

4. Raggiunta Tashkent senza troppi imprevisti, occorrerà vagare nei meandri degli stabili adiacenti l’aeroporto alla ricerca del terzo veterinario. L’ora tarda della sera, e i mondiali di calcio potrebbero quasi rendere la ricerca frustrante; non sottovalutate mai l’aiuto di una stanca donna delle pulizie. Una volta trovato l’ultimo veterinario, e tradotti i moduli previo pagamento di qualche altro sumi, potreste essere a metà dell’opera. Ora, tocca solo salire sull’aereo e arrivare in Italia senza rimanere bloccati alla dogana.

5. Nonostante il trasportino sia poco tradizionale, dopo aver pagato una decina di dollari al kg per il bagaglio a mano in surplus, sarete condotti al gate senza ulteriori problemi. Ovviamente, il surplus monetario raddoppia rispetto agli oggetti, solo in virtù del fatto che trasportiate un essere vivente. Ma se il numero dei passeggeri lo consente, potreste essere abbastanza fortunati da vedervi assegnare un posto in aereo con le due poltrone vicine vuote. Non potete far altro che accoccolarvi il cane al petto e sistemarvi comodamente.

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6. L’arrivo in Italia, dopo un lungo viaggio in Asia Centrale, è sicuramente traumatico. Lo è ancor di più quando si viene osservati dal funzionario della dogana che scruta con occhio strabico il passaporto del vostro cane, il cane stesso e voi.

E niente è più liberatorio di un: “Va bene, signorina, potete andare.”

(Tutte le immagini appartengono all’autore, ad eccezione di dove indicato)

Domiziana Rossi

Persepoli

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Le rovine di Persepoli sorgono nella piana di Marvdasht, in Iran, qualche chilometro ad est del fiume Pulvar.

Provenendo dalla città di Marvdasht, si percorre una lunga via affiancata da pini, in fondo alla quale s’intravede già da qualche chilometro di distanza la cosiddetta “Porta delle Nazioni” e i suoi due tori colossali che fiancheggiano la porta esterna. Durante il week-end e altre festività, non è raro trovare ai lati della strada cammelli o cavalli bardati con dei buffi pon-pon colorati; se il visitatore è disposto a pagare una modica cifra, potrà salire in groppa all’animale per un giretto. Sulla sinistra, quasi nascosta, una pista di go-kart; salire sulle piccole macchine che sembrano tutto fuorché moderne e “sicure”, è consigliato solo per chi ama le emozioni forti.

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Una volta arrivati alla fine della strada, potrete percepire dinnanzi a voi la maestosità di Persepoli, sebbene lo spettacolo sia ancora nascosto dalle alte cime dei pini.

Infatti, sulla destra si trova l’ingresso per il “Paradise Garden”. Ad oggi utilizzata dagli iraniani per organizzare pic-nic e braciolate – rigorosamente privi della carne di maiale – o, semplicemente, per ristorarsi all’ombra degli alberi, questa pineta è tutto ciò che rimane di una meravigliosa festa organizzata dal 12 al 16 ottobre del 1971 in occasione del 2500esimo anniversario della fondazione dell’impero persiano sotto il regno di Ciro il Grande. Lo shah dell’Iran, ovvero il re, Mohammad Reza Pahlavi, indisse questo banchetto anche per dimostrare la maestosità e il lusso della sua nazione al mondo intero: tutti i più grandi re e regine, primi ministri e presidenti, vennero invitati a presenziare al banchetto. Dello sfarzo raggiunto in questa occasione, raccontato dalla voce di Orson Welles in un documentario noto al mondo anglosassone come Flames of Persia, non restano che gli scheletri di ferro degli enormi tendoni e una pista d’atterraggio per elicotteri, inutilizzata.

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Inoltrandosi nella strada che attraversa il giardino, costeggiata dagli ordinati filari di pini piantati in occasione del “compleanno” dell’Iran, continuerete ad avere alla vostra sinistra l’antica città di Persepoli, che fa capolino fra le fronde verdi.

Comunemente si pensa che l’ingresso principale sia quello attualmente utilizzato dalle migliaia di visitatori, che risalgono una scalinata a doppia rampa per poi oltrepassare la Porta delle Nazioni; invece, pare che gli antichi re persiani entrassero nella loro città dal lato opposto, dove ora è posizionata la guardiola dei pasdaran, ovvero i poliziotti.dsc_0328

Dopo essersi inoltrati nella pineta, passando attraverso un passaggio nascosto nella recinzione che separa l’area della città dal Paradise, o facendo il giro lungo in auto superando la pista di atterraggio, la silhouette della terrazza di Persepoli si staglia contro il profilo roccioso del Kuh-i Rahmat, il Monte della Misericordia. Il modo migliore di rimanere senza fiato a causa dell’immutabilità che questo luogo sprigiona è di assaporare questo paesaggio al chiaro di luna. Infatti, il fascino delle colonne scampate alla logorante distruzione dei secoli aumenta quando queste si stagliano contro il cielo notturno; tanto che neanche l’inquinamento luminoso della vicina e caotica Marvdasht riesce a spegnere le stelle che brillano felici sopra Persepoli.

Non sempre è possibile entrare da questa parte, ma vale la pena anche solo camminare al di sotto delle mura, raccogliendo qualche melograno e, scrutati dalle imponenti merlature, guardare da lontano l’iscrizione che Dario fece incidere sulle pietre squadrate che, in parte, costituiscono la sostruzione della terrazza.

Io, Dario il Grande, re dei re, re delle nazioni, re su queste terre, figlio di Istaspe, l’Achemenide. »

E Dario, il re disse: “in questo posto in cui la fortezza è stata costruita, dove in precedenza nessuna fortezza era stata costruita. Con la grazia di Ahuramazda, ho costruito questa fortezza la qual cosa era volere di Ahuramazda, tutti gli dei (sono) con lui, (sapendo) che la fortezza è stata costruita. E io la ho costruita, completata e resa bella e durevole, ed è stata ordinata da me”.

E Dario il re disse: «Io, che Ahuramazda mi protegga e tutti gli dei (sono) con lui, e così questa fortezza, è stata predisposta per questo luogo. Ciò penserà l’uomo che è ostile, non sarà riconosciuto!

Sui vari edifici, moltissimi autori hanno esaminato e descritto le architetture dei vari palazzi e le loro funzioni, i rilievi che corrono lungo le scalinate dell’apadana, ovvero la sala delle udienze, e le tre tombe scavate nella parete rocciosa del monte.

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Per quanto riguarda i rilievi, nonostante la processione delle popolazioni delle varie satrapie dell’impero sia meravigliosamente complessa e piena di particolari pur nella sua ieratica e ripetitiva semplicità, altri stupendi rilievi si trovano all’interno del museo, che attualmente ingloba l’harem di Serse. Infatti, sono più conservati degli altri rilievi in virtù della copertura fornitogli dagli archeologi all’inizio del secolo, e raffigurano il re vincitore, immortalato mentre è impegnato con un furioso, e fatale, corpo a corpo con leoni o animali mitici.

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Che altro? Stupefatti, e quasi confusi, i viaggiatori si aggirano nella sala delle cento colonne, dal nome evocatore, o nella tesoreria, i cui muri in terra cruda e gran parte delle colonne furono “rasati” durate i lavori di scavo condotti da Schmidt.

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Infatti, alcuni danni riportati da Persepoli risalgono ad epoche ben più recenti di quella di Alessandro Magno; secondo la leggenda, e secondo quanto riporta lo storico Diodoro Siculo, il grande condottiero bruciò la città a causa di una promessa avventata fatta in un momento di ebbrezza all’etera “Thias di origine attica”.

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Purtroppo, pare che la debolezza di Alessandro dovuta al suo “momento di ebbrezza” non fosse affatto evitabile, poiché erano ben più sporadici i momenti di sobrietà.

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Vicino alla tesoreria, quasi dimenticata e nascosta agli occhi di molti, si trova un’area recintata; potrebbe sembrare una costruzione un po’ senza senso, con blocchi di pietra squadrati uno sopra l’altro che emergono dalla terra. In realtà, quella è un’area scavata dagli archeologi iraniani, che hanno trovato l’uscita di un sistema di condotti sotterranei ubicati all’interno della terrazza, funzionale per drenare le piogge ed evitare l’allagamento. Da una botola situata nella tesoreria si può accedere a questi cunicoli; in alcuni tratti sono grandi abbastanza da permettere il passaggio, sebbene non sia una cosa comoda né tantomeno facile: oltre alla posizione “accucciata”, faticosa da dover mantenere a lungo, soprattutto camminando, bisogna ricordare che Persepoli sorge sull’altopiano iranico e, dunque, ad un’altitudine di circa 1700 metri.

Il che non rende facile neanche far bollire l’acqua, figuriamoci cosa può essere una scomoda passeggiata lungo un cubicolo alto poco più di un metro!

Il posto migliore dove godersi Persepoli è dall’alto delle tre tombe scavate nella parete rocciosa del Monte della Misericordia. Già di per sé i rilievi che circondano l’ingresso delle tre tombe varrebbero la scarpinata; ma basterebbe solo un’occhiata dietro di sé, verso la città, per assaporare una visione “tuttotondo”.

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Per render il momento ancora più indimenticabile, ci si dovrebbe incamminare quando ancora la città è deserta, verso le 7 di mattina; gli unici altri esseri viventi sarebbero le manguste che scapperebbero, al suono dei passi del visitatore mattiniero, e veloci si dileguerebbero come bagliori rossicci rintanandosi nel primo pertugio disponibile. Inerpicarsi lungo un sentiero tra le rocce può sembrare faticoso, sebbene permetta il godimento di uno spettacolo mozzafiato: l’intera città ai propri piedi e, in lontananza, la piana di Marvdasht a perdita d’occhio.

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Dopo aver vagabondato a lungo fra i vari edifici, sarebbe l’ideale fare merenda gustandosi un faloodeh bastani; ovvero dei noodles di amido di mais freddi, mescolati con acqua di rose o succo di limone e accompagnato dal bastani, il gelato tradizionale persiano. Il tutto innaffiato con litri di succo di melograno, o di doogh, una bevanda a base di yogurt carbonato.

Finché non arriva la sera, quando Persepoli si tinge di rosa; e non si può far altro che rimanere lì, ammutoliti, ad osservare il morire dei raggi del sole sulle mura della città, e l’illuminarsi dei palazzi alla luce della luna. E delle luci artificiali, che permettono una ronda notturna dei guardiani priva di passi falsi.

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“Le pieghe di una veste mutano inclinazione in modo quasi inavvertibile: le guardie si volgono ora verso destra ora verso sinistra, chi ha la lancia, chi solo lo scudo. La grande costruzione era un blocco pietrificato di suoni, dove la ripetizione e la variazione intrecciano eternamente i loro giochi.”

Pietro Citati, La Primavera di Cosroe

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Bibliografia:

Briant, P., From Cyrus to Alexander: A history of the Persian Empire

Byron, R., La via per l’Oxiana, Adelphi

Citati, La Primavera di Cosroe, Adelphi

Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, libro XVII

Pagliaro, A., Persepoli, nell’Enciclopedia Treccani:

http://www.treccani.it/enciclopedia/persepoli_(Enciclopedia-Italiana)/

(Tutte le immagini appartengono all’autore)

Manuale di sopravvivenza [nella steppa]

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Non sono molte le possibilità di ritrovarsi catapultati nell’arida steppa dell’Uzbekistan ma, come si suol dire, “al peggio non c’è mai fine”. Un comodo manuale per riuscire a destreggiarsi in un territorio che nonostante sia così ostile e selvaggio mantenga una straordinaria capacità di meravigliare grazie ai suoi spazi infiniti.

In particolare, a sud-ovest di Samarcanda, in Uzbekistan, si apre una distesa di terra, una vastità che si estende a perdita d’occhio, delimitata solo dalla catena montuosa del Kara Tube a sud. Questa steppa è una distesa di argilla resa monotona dalla quasi totale mancanza di flora: solo con il disgelo dei ruscelli montani, nei mesi primaverili, si ha una rigogliosa crescita della vegetazione; durante il resto dell’anno il paesaggio non si può considerare bucolico.

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Come riuscire a sopravvivere in un ambiente così ostile?

1- Portare sempre con sé una bussola.

Sapere che a sud si trova un rilievo montuoso potrebbe sembrare una risorsa sufficiente per riuscire ad orientarsi, ciononostante potrebbe rivelarsi un errore da pivelli: nella steppa l’importante non è solo saper tornare indietro, ma soprattutto riuscire ad andare nel posto giusto. Per “posto giusto” si può intendere il canyon scavato nell’arco dei secoli dal canale artificiale chiamato Eski Angar, che sembra quasi spaccare in due il terreno, quasi come fosse una faglia; un villaggio le cui abitazioni sono tutte costruite in terra cruda o magari dove è possibile incontrare burberi pastori uzbeki con i propri temibili alabai, i cani-pastore che scorrazzano per la steppa; un sentiero affiancato da una serie di ronzanti arnie dalle quali vi verrà offerto del dolcissimo miele…

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Sebbene la sua monotona vastità possa far sembrare la steppa un luogo terribilmente desolato, in realtà può rivelarsi quasi affollata. Anzi, il capitare nei mesi primaverili spesso consente incontri tra i più disparati con animali di ogni razza ed età: dagli asini, ai vitelli, ai pulcini, a degli orribili ragni gialli, ai cobra o alle volpi – anche se questi ultimi si fanno vedere ben poco ed è molto più frequente vederli di sfuggita, quasi come se fossero dei deja-vu–.

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2- Munirsi sempre un rotolo di carta igienica, o di un qualsiasi surrogato della suddetta.

La maledizione del terribile Tamerlano, lo zoppo conquistatore Timur, non perdona. Per fortuna è abbastanza frequente che vi siano dei comodissimi bagni, igienici e facili di usare. Non si tratta di altro che di piccole strutture in terra cruda, o paksha, spesso ricoperte da una tettoia di eternit, con una porta raccattata alla “bell’e meglio” con materiali di reimpiego, per non definirli “rottami”, e con un buco nel terreno che fornisce un accesso diretto ad una profonda fossa. Semplice, efficace, evita la scocciatura di costruire fognature – che poi, nella steppa, dove potrebbero mai sfociare?–, e con l’occasione si concima il terreno, fosse mai che ci cresca qualcosa.

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Se si è fortunati, la congiuntura colpisce mentre si vaga per uno dei tanti villaggi che costellano i dintorni di Samarcanda, e basterà bussare ad una qualsiasi porta. Un tentennante e grammaticamente scorretto “Mojna tualett?” – lett. “Potere toilette?” – in un russo improbabile, ma comprensibile ai più, e il vostro malcapitato ospite comprenderà quali siano le esigenze da soddisfare e facilmente potrà scortarvi ad un bagno per niente dissimile da quello nella steppa.

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Queste case sono costruite utilizzando la vecchia planimetria che prevede “servizi all’esterno”; infatti, quasi tutte le abitazioni sono provviste di un cortile dove è stato possibile edificare una latrina in tutta tranquillità, senza troppi problemi catastali. Se sarete abbastanza fortunati, vi sarà data della carta igienica di pessima qualità, molto simile alla nostra carta velina. Altrimenti, alcuni testimoni – sopravvissuti – riportano che gli furono offerti dei fogli di quaderno, scritti in alfabeto cirillico, come surrogato della carta igienica.

3- Un vocabolario russo-italiano sempre in tasca.

Finché riuscirete ad incontrare personaggi che frequentarono le scuole prima della caduta dell’U.R.S.S. e della conseguente nascita della Repubblica Uzbeka, nel 1991, le conversazioni in russo andranno per la maggiore. Sempre meglio dell’uzbeko, una lingua turca con dei suoni gutturali impronunciabili o del tajiko, lingua iranica abbastanza simile al persiano parlato in Iran: la maggior parte della popolazione di Samarcanda è, in realtà, di origine tajika. Infatti, quando i sovietici conquistarono l’Asia Centrale decisero di mettere in pratica il buon vecchio motto dividi et impera, stabilendo dei confini che riunissero nello stesso stato varietà etniche e culturali completamente diverse; è questo il caso di Samarcanda e Bukhara.

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In realtà, il russo conosciuto ed utilizzato in Uzbekistan dagli autoctoni non è certo quello delle migliori scuole di San Pietroburgo, e per riuscire a comunicare basterà una superficiale conoscenza del cirillico che permetta di leggere un vocabolario. Inoltre, l’amore per la vodka e l’ospitalità uzbeke riusciranno a superare qualsiasi ostacolo linguistico.

4-Bisogna accettare. Quasi sempre.

A volte può sembrare difficile. Può capitare che mentre si chiedono informazioni ad un pastore, questo si proponga di sgozzare una pecora per imbandire un banchetto in onore del proprio ospite. In questo caso, può sembrare scortese opporre un rifiuto. Ma, fosse solo per amore del malcapitato animale, converrà riuscire a tirar fuori un “Niet, spassiba”, ovvero no, grazie, tanto efficace che persino l’uzbeko completamente ignaro della lingua russo potrà comprenderlo.

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In realtà, rifiutare un sontuoso banchetto è auspicabile solo ed esclusivamente in due situazioni, purtroppo frequenti: nel caso in cui si fosse vegetariani – e non sarà un facile soggiorno, in una terra in cui la maggior parte dei pasti sono a base di montone – e quello in cui l’invito vi fosse stato rivolto alle 10 del mattino.

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Soprattutto, occorre tener da conto che il tutto verrà innaffiato da fiumi di piva – birra, in russo –, di vodka e, se si è particolarmente sfortunati, di vino locale. Il tipico menù dell’abitante di uno dei villaggi a ovest di Samarcanda comprenderà zuppa di montone, o di pecora, con patate, pomodori, cetrioli e pane. A qualsiasi ora del giorno. Non saranno rare delle soste in cui vi verrà offerto il kefir, ovvero del latte fermentato, spesso condito con aneto; una bevanda fresca e dissetante che è sempre piacevole sorseggiare nelle calde giornate trascorse nella steppa.

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5- Mangiare la frutta e il pane uzbeki.

Il sultano Babur, capostipite della dinastia Moghul, originario di Samarcanda, riteneva che in India non vi fosse frutta che potesse stare al pari con quella uzbeka. Nel suo libro, il Baburnama, si lamenta soprattutto della mancanza di meloni ed angurie, e dell’impossibilità di trovare del buon pane e della deliziosa uva nel suo regno.

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Nonostante le sue recriminazioni, le sue ultime volontà furono quelle di essere seppellito a Kabul – il luogo più vicino alla sua cara Samarcanda -, e sulla sua lapide l’iscrizione recita:

Se c’è un paradiso in terra, è questo, è questo, è questo!

Comunque, è pur sempre conveniente “toccare con mano” ed assaggiare, in questo caso, per valutare il gusto del sultano. Gelsi, cocomeri, meloni, ciliegie, pesche verdi, albicocche. La steppa non è sterile e priva di risorse come può sembrare ad una prima occhiata.

Sul pane, nonostante sia un argomento talmente vasto da poter occupare tomi, è opportuno ricordare che ci sono più varietà, tutte cotte posizionando la pasta sulle pareti del tandir, il forno in argilla cruda il cui prototipo risale ad almeno due millenni fa.

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In genere, il pane viene venduto dalle donne agli angoli delle strade o nei mercati di Samarcanda; si può scegliere fra la versione più “soft”, morbida e meravigliosamente gustosa se mangiata ancora calda, e quella “a ciambella”. Quest’ultima varietà di pane ha al centro semi di papavero e diversi disegni, impressi con uno stampo. Ci si raccomanda di comprare – e assaggiare – il pane la mattina presto, appena fatto.

“Grapes, ‘melons, apples and pomegranates, all fruits indeed, are good in Samarkand ; two are famous, its apple and its sahihi (grape).”

Baburnama, Aug. 30th. 1497 to Aug. 19th. 1498 AD

(https://archive.org/stream/baburnamainengli01babuuoft/baburnamainengli01babuuoft_djvu.txt)

6-Il Battesimo dell’Eternit.

Pochi viaggiatori occidentali si ritrovano a vagare per giorni nella steppa; una delle cause più frequenti è l’archeologia. I primi giorni nei dintorni di Samarcanda possono rivelarsi traumatizzanti; una delle principali cause, oltre alla dissenteria e alla vodka alle 10 del mattino, è la ricerca incessante di frammenti di ceramica. Camminando per chilometri alla ricerca della preziosissima ceramica, prima o poi si incappa in un frammento di eternit: ad una prima occhiata superficiale può sembrare un bellissimo pezzo ceramico con decorazioni incise. In realtà, si tratta di un pericolosissimo materiale edilizio, usato ancora dagli uzbeki, che ignorano parole come “cancerogeno”.

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Infatti, solitamente gli uzbeki ridono quando si cerca di fargli capire che non è piacevole trovare frammenti e, dunque, polvere di eternit nei campi di cardi; soprattuto dopo essere venuti a conoscenza del fatto che il cardo è la componente primaria di un olio commestibile. Ovviamente, dopo essersi fatti due conti, l’archeologo, o il viaggiatore, capirà che sono giorni che l’olio di cardo gli viene somministrato in qualsiasi pietanza. Siccome l’olio di cardo è uno degli ingredienti necessari per il gustosissimo plov, insieme a riso, montone, carote gialle, uva passa, ben presto anche il viaggiatore più schizzinoso comincerà a far spallucce di fronte al pensiero del “cancerogeno”, pur di continuare ad abbuffarsi di plov.

7-Occhiali da sole

Oltre al sole abbacinante, che rende il cielo ancor più azzurro di quello a cui siamo abituati alle nostre latitudini, gli occhiali da sole riusciranno a proteggere gli occhi dalle tempeste di sabbia. A questo proposito, torna utile anche una pashmina o una qualsiasi sciarpa o kefya per proteggere la bocca.

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Questo fenomeno si manifesta più spesso nella steppa, rispetto ai luoghi coltivati; nonostante ciò, i mulinelli di sabbia possono rivelarsi molto fastidiosi. A poco servirà salire sui kurghan, collinette più o meno alte ricoperte di pietre che segnalano delle sepolture, la cosa migliore è quella di ripararsi dentro un mezzo di trasporto o una casa.

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Nonostante la scomodità del Damas, o della Jeep risalente all’U.R.S.S. guidata da un ultra settantenne – anche lui un pezzo storico, e un ottimo meccanico – , entrambi questi mezzi possono tornare utili durante una tempesta di sabbia. Tutti gli scossoni e le scomodità vengono cancellati dal sollievo di poter respirare aria pura, riva di sabbia. A meno che, ovviamente, qualcuno del vostro team non abbia appena abbracciato un alabai, un puzzolentissimo cane pastore, spesso feroce. Se mai decideste di abbracciarne uno, è d’uopo chiedere il permesso al padrone; anche se è ben più probabile che ne incontrerete uno di quelli territoriali, che vi costringerà a scappare a gambe levate.

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8-Saper ascoltare il canto del vento.

Una buona dose di curiosità, capacità di adattamento e un entusiasmo pari a quella di un bambino alle prese con le prime esperienze possono far comprendere la magia intrinseca della steppa uzbeka.

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Ci si potrà ritrovare ad imparare arie della Tosca o a cercare di tirare di scherma, e in ogni situazione, anche la peggiore, si riuscirà ad apprezzare ciò che ci circonda. Nonostante l’apparente monotonia, vi è una varietà infinita di personaggi, di ambienti, di fauna e flora che riusciranno ad allietare l’animo.

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Le parole non riescono a descrivere il canto del vento, la nostalgia che si attacca addosso dopo aver lasciato Samarcanda. Si è contratto il mal d’Asia quando si cerca nell’aria il brusio del bazar; il vento caldo, costante compagno delle passeggiate nella steppa; il profumo delle spezie o del montone cucinato fin dall’alba; il mal d’Asia è quando si cerca di descrivere un mondo a cui non si appartiene, ma che al tempo stesso è come se si conoscesse da sempre. Il mal d’Asia si rintana dentro l’animo, e non lascia perdere la presa, un po’ come le canzoni uzbeke. Nonostante il neo-melodismo ricordi un po’ un gusto partenopeo, ascoltare “Salam alaykum jona”, ovvero “Ciao amore mio”, una volta rientrati, può riuscire a rievocare il canto del vento nella steppa.

Domiziana Rossi

(Tutte le immagini appartengono all’autore)

Incontri a Bukhara

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Bukhara è una città dell’odierno Uzbekistan le cui prime tracce risalgono a circa 1500 anni fa.

Nonostante alcuni dicano che il marrone domini l’architettura di questa città, la vista dello spettatore viene rallegrata dai colori accesi dei tappeti, dalle immancabili mattonelle smaltate color turchese Timuride e dal verde dei gelsi che ombreggiano la piazza principale, costruita attorno ad una vasca e conosciuta come Labi-Hauz; nei pressi di questa piazza baracchini ambulanti vendono l’aranciata più dolce che si possa trovare nel mercato internazionale.

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Nella città si contano più di 140 edifici protetti, tutti entro il perimetro di un piccolo centro storico in cui diventa tassativo perdersi, cercando di riscoprire le atmosfere di una delle città principali della Via della Seta. Dopo aver visitato il mausoleo di Ismail, uomo tanto saggio da far sì che gli abitanti della città continuassero a chiedergli consigli anche dopo la sua morte, ricevendo le risposte vergate su biglietti, e il minareto Kalan, sul quale è ancora possibile vedere i segni causati dalle cannonate dei russi, è possibile ammirare e vagabondare nei tre bazar coperti; il visitatore potrà trascorrere ore incantato fra le varie pashmine cangianti di kashmire e seta, meravigliato dai colori iridescenti o dai motivi ipnotici dei tappeti.

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Ogni tanto, sul tetto di alcune madrase, cioè le scuole coraniche, o di qualche moschea, rimangono le vestigia dei nidi centenari delle cicogne che abbandonarono la città dopo la conquista russa, quando vennero prosciugate tutte le grandi vasche; queste permettevano sia il rifocillamento dei grandi uccelli sia il proliferare di epidemie, tanto che ancora all’inizio del XX secolo l’aspettativa di vita di un abitante di Bukhara non superava i 35 anni di età.

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Questa città è patrona del sufismo, come ben lo dimostra la statua di Hoja Nasriddin, il “folle saggio” dei racconti sufi. Il sufismo può essere banalmente spiegato con la definizione della Treccani “Nell’Islam, dottrina e disciplina di perfezionamento spirituale. Si presenta come un insieme di metodi e dottrine che tendono all’approfondimento interiore dei dati religiosi, per preservare la comunità dal rischio di un irrigidimento della fede e di un letteralismo arido e legalistico.”

Ma in secoli di storia, il sufismo si è arricchito di un tal numero di storie, di personaggi storici straordinari, di sincretismi giustificati da una diversità geografica da non poter essere raccolto in un’unica definizione.

Uno degli aspetti del sufismo giunti in Occidente sono i dervisci, adepti del pensiero di Mevlana Rumi, che ricercano Dio nell’estasi donata dalle danze ripetitive e da un canto ipnotico. Può bastare una notte di giugno e la presenza di una moschea sorta su un tempio del fuoco per far riproporre danze anche a viaggiatori occidentali.

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Il sufismo si può respirare nell’aria di Bukhara insieme al profumo dei gelsi, nonostante il caldo afoso che, in alcuni periodi dell’anno, immobilizza qualsiasi brezza. Dopo essersi persi tra caravanserragli e tappeti, ammirando muqarnas e vecchie signore che sembrano essere state portate dai conquistatori mongoli, potrebbe capitare ad un visitatore di giungere in una piazzetta attraverso un arco disposto sulla parete che costeggia una delle vie principali.

Una bottega è posta al secondo piano, sulla destra, e colpisce l’occhio per le miniature esposte fuori, forse esattamente uguali a quelle di moltissime altre botteghe, eppure diverse.

Dentro, un bugigattolo appena un po’ più fresco dell’afosa aria esterna grazie ad un ventilatore stanco, che non impedisce la produzione di una patina di sudore su tutto il corpo; sulla destra una serie di libri in inglese sulle miniature: “Moghul”, “Miniatures”…

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Una storia si nasconde dove meno la si aspetta, e dentro un piccolo ambiente, con cento e più miniature che osservano il visitatore dal loro posto sulle pareti della stanza, d’improvviso si viene catapultati in un’atmosfera da mille e una notte, e ci si accoccola ascoltando, attenti, l’inglese esitante di un uzbeko che ha mollato l’accademia per disegnare meravigliose miniature, esattamente come i suoi avi prima di lui disegnavano e coloravano incantevoli storie.

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Così, si scoprono significati sufi nelle più belle storie d’amore persiane, venendo a conoscenza del fatto che “situazioni amorose” nascondano il linguaggio della mistica islamica, trincerando la loro spiritualità e l’anelito che portò molti mistici a perdersi in Dio dietro le metafore d’amore. Leyla e Majnun, una sorta di Giulietta e Romeo ben più antichi di Shakespeare, l’usignolo e la rosa, la falena e la candela: storie d’amore in cui l’allusione profonda e “pericolosa” è quella dell’amore del mistico per il divino, in cui è portato a perdersi. Perdere la propria individualità nell’amato potrebbe portare ad estreme conseguenze, come quella di “essere” l’amato stesso. Il che non è pericoloso se si tratta del bel volto di Shirin o di Leyla, dei bei petali della rosa o del calore della fiamma, ma questa unione mistica con Dio comporta una necessaria auto-estinzione, a meno di non giungere ad eretiche affermazioni (“io sono Dio”) per le quali alcuni sommi mistici, come Hallaj, persero la testa. Altre famose affermazioni, come ad esempio: “perché lo sto cercando, se io sono Lui?” possono essere lette sia come la devastante passione del Mevlana verso il suo Shamsa Tabriz, cioè Maestro Sole, sia come un altrettanto devastante amore per Dio.

Seduti su degli sgabelli, circondati da meravigliose miniature, ascolterete la storia del giovane principe che dovrà oltrepassare sette porte, godendo in ogni stanza di un tesoro più incantevole del precedente, fino a giungere infine nell’ottava stanza, spoglia, ad eccezione di uno specchio che riflette il volto della bella Shirin. O magari seguirete la ricerca dei trenta uccelli alla ricerca del loro Re, il simurgh, fino a giungere nella grotta dove Egli si rifugia, per trovare nient’altro che uno specchio? Dopotutto, in persiano simurgh ha assonanza con se-morgh, ovvero “trenta uccelli”.

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Credits: Jahongir Ashurov

Così come infine vi verrà mostrata l’opera omnia del miniaturista, un elefante formato da centinaia di altri animali; per scrutare ogni piccolo baffo o zampa o muso di questi animali occorrerà necessariamente una lente d’ingrandimento. Un mostro, con coda di serpente e il corpo formato da altri animali malvagi, terrà strette tra gli artigli le redini dell’elefante, immortalato mentre cerca di condurre questa masnada verso l’angolo in basso a sinistra del foglio. Al contrario, un angelo raffigurato entro una portantina fissata sul dorso dell’elefante cerca di condurre gli animali verso l’alto. In questo capolavoro di miniaturistica è esplicato un insegnamento sufi: ogni essere umano è composto da animali, sebbene solo uno sia percepibile esternamente, che sia serpente o coniglio o elefante. Questi animali svolgono il loro ruolo di animali, dunque pensano solo a soddisfare i bisogni fisici, che siano dormire, mangiare, accoppiarsi. Fossero lasciati senza guida, non seguirebbero nessun sentiero. Ugualmente, dentro ciascuno di noi c’è Iblis, il nome con cui è conosciuto dai musulmani Satana, che cercherà di condurre gli animali verso il cattivo sentiero, della perdizione e della menzogna. Per questo, l’animo dell’uomo saggio viene guidato da un angelo, puro e libero dalle passioni terrene, che riuscirà a mantenere la retta via, senza deviazioni.

Domiziana Rossi

“(…)

Mai conoscano la luce (dell’alba) i nostri giorni

né alla notte dell’Unione segua il giorno del Distacco!

Mai sia felice senza l’Unione il nostro giorno

della tua Separazione può venirmi solo il fuoco!

Mai io conosca vita, privato della tua Unione

tu sei il mio solo scopo, di qui all’eternità”

Farid al-din ‘Attar, Bolbol-Namè (Il Libro dell’Usignolo) a cura di C. Saccone

(tutte le immagini sono di proprietà dell’autore, ad eccezione di dove indicato)

Alcuni testi sufi:

Ahmad Ghazali, Delle Occasioni Amorose, a cura di C. Saccone, Carocci Editore.

Farid al-din ‘Attar, La rosa e l’Usignolo, a cura di C. Saccone, Carocci Editore.

Farid al-din ‘Attar, Il verbo degli uccelli, a cura di C. Saccone, SE.

Hafez, Ottanta canzoni, a cura di G. Scarcia, S. Pellò, Einaudi.

Jalal al-Din Rumi, Poesie Mistiche, BUR.

Nezami, Leyla e Majnun, a cura di V. Calasso, Adelphi.

Omar Khayyam, Quartine, a cura di A. Bausani, Einaudi.

Vademecum: come diventare una perfetta “Shirazi”

Partendo dal presupposto che così come tutte le città dell’Iran sono una realtà a sé, anche le persone che le vivono sono profondamente diverse, con credenze e convinzioni che seguono un corso estremamente variabile; per questo vademecum ci si è basati quasi esclusivamente sulla città di Shiraz.

A meno che il turista non sia di cittadinanza statunitense – i quali, solitamente, sono troppo spaventati dagli eventi della rivoluzione del 1979 per godersi la mehman navaazi, l’ospitalità iraniana – l’iraniano medio non ha assolutamente problemi con i turisti occidentali. Anzi. L’euro vale molto più del real (1 euro = 380000 real iraniani), e qualsiasi venditore del bazar sa quanto può essere facile “spennare” un vecchio crucco o una francese snob. Questo vademecum non è una guida semi seria che riesca a far passare una qualsiasi europea per un’iraniana, anche perché la totale ignoranza della lingua locale potrebbe facilmente smascherare chiunque. Questo vademecum ha come dichiarazione d’intenti quello di riuscire a far conoscere un po’ di più la realtà iraniana, così bistrattata dai media.

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P.S. Se si decidesse di far compre nel bazar di Shiraz  accompagnati da un Tehrani – ovvero un abitante di Tehran – si dovrebbe mettere in conto il fatto che il resto dell’Iran ha la profonda convinzione che il cittadino della capitale sia ricco, e il prezzo della mercanzia sarà più alto di quello che verrebbe pagato da un turista occidentale.

Ormai proverbiali sono gli occhi neri delle donne di Shiraz, perciò è buona norma munirsi di occhiali da sole se i vostri occhi non raggiungono la poesia e la profondità delle iridi delle donne che vi circondano. Per quanto riguarda i capelli, invece, è sufficiente una buona ricrescita scura per passare inosservata tra le varie finte bionde che solcano i viali alberati di questa città.

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L’abbigliamento, in Iran, è fondamentale. In tutti i paesi non islamici è credenza comune che l’obbligo di coprire il proprio corpo coincida necessariamente con l’identificarsi in un fagotto informe. Niente di più sbagliato. Alcune iraniane decidono, per una propria scelta di fede del tutto personale, di indossare in pubblico lo chador, parola persiana che significa “mantello, tenda”. Questo non significa che soli 35 anni di regime islamico abbiano permesso che le altre iraniane – quelle che prima della Rivoluzione Islamica non avrebbero scelto di indossare il velo – abbiano dimenticato completamente il buon gusto, anzi. Tuniche lunghe fino a metà coscia rese eleganti quanto un tubino, strati di vestiti che sottolineano il corpo nonostante il loro scopo originario sia di coprirlo. Passeggiare per le strade di Shiraz e riscoprirsi in un’atmosfera non molto dissimile da quella degli Champs Élysées, soprattutto considerando il fatto che le sarte costano pochissimo, e gran parte dei vestiti sono cuciti su misura.

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Una pecca delle donne iraniane è che spesso eccedono con il trucco. Sareste sorpresi delle quantità di sopracciglia tatuate, delle labbra colorate con rossetti di tonalità mattone, degli occhi sottolineati con una spessa riga di eye liner, delle guance con dei rossi che sembrerebbero tutto tranne che naturali. Quale che sia il caso, il viso è la parte del corpo sempre visibile,– il burqa e il coprirsi completamente il viso sono pratiche utilizzate soprattutto nelle città meridionali del Golfo Persico, a ben vedere quelle maggiormente influenzabili dall’influsso arabo – e le donne iraniane ci tengono molto a renderlo piacevole ai propri occhi e, perché no, a quelli di un osservatore esterno. Su questa scia si potrebbe accennare all’altissimo tasso di chirurgia plastica effettuata in Iran. La rinoplastica è richiesta da ambo i sessi, e non è assolutamente raro vedere portati orgogliosamente i cerotti ai lati del naso, a testimonio di un’operazione da poco effettuata.

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Un particolare fondamentale che potrebbe svelare un’origine chiaramente occidentale è la maniera con cui si indossa il velo. La donna iraniana convive con il velo obbligatorio da poco più di 35 anni. Le ragazze nate dopo l’avvento della Repubblica Islamica sono cresciute fin dalla pubertà indossando uno scialle o, negli eventi pubblici o durante le ore lavorative, il maqnahe, una sorta di “sacchetto senza fondo” che permette lo svolgimento di qualsiasi azione senza il rischio di scoprire i capelli. Qualunque cosa indossiate, una cosa fondamentale, da ripetersi come un mantra è la seguente: per un’iraniana il velo è ormai un’estensione del corpo, come per le occidentali può esserlo la loro borsa. Indossare una borsa e sistemarla sulla spalla è ormai un gesto naturale, che non occorre alcun impegno. Ecco, indossare il velo deve avere questa naturalezza. Sistemarsi il velo come senza avere coscienza del gesto, senza sbuffare come una locomotiva o senza mostrare segni di panico.

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Nonostante la visione fuorviante occidentale consideri il velo come un segno di sottomissione, le iraniane sono tutto fuorché oggetto di proprietà del loro uomo. Non vedrete facilmente una donna iraniana barcamenarsi con mille buste della spesa, affaticata e senza nessuno che l’aiuti. L’emancipazione femminile si trova nelle quote azzurre all’università, nelle moltissime donne che occupano posti rilevanti in politica o in qualsiasi altro campo. Forse, l’emancipazione femminile in Iran è anche nelle tre o quattro donne che avanzano spavalde, con ometti al seguito oberati dal peso dello shopping, mentre queste piluccano i semi deliziosi degli anar– ovvero, melograni – e parlottano come delle bolbol zabun,  lingue di usignolo, parafrasi utilizzata per intendere una “persona molto chiacchierona”-. La maggior parte delle donne iraniane non avrebbe voluto indossare il velo, ma hanno avuto la capacità di fare “buon viso a cattivo gioco”, ed alcune sono riuscite a trovare il modo di esprimere la loro individualità, “seppur con i capelli coperti”.

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Molto spesso, mentre si è in fila, può capitare di sentirsi colpiti da fortissime gomitate nelle costole. Nella maggior parte dei casi si tratta di un’iraniana che ha deciso che fosse il suo turno, cascasse il mondo – e cascassero anche tutte le persone in fila davanti a lei -. La donna iraniana è capace di preparare in poche ore un pranzo luculliano sufficiente per un esercito, di cucinare la carne in modo tale che si possa tagliare con un cucchiaio – è rarissimo trovare coltelli nelle tavole iraniane -, di viziare i propri marmocchi in maniera rivoltante, di leggere con voce impostata una poesia di Hafez o di Khayyam con la maestria di un attore professionista e di destreggiarsi con la propria macchina nel traffico pazzesco creato dai tre milioni abitanti di Shiraz, tutti incuranti e completamente ignari del codice stradale. Volete che una donna così formidabile non abbia il diritto incontrastato di passare per prima?

Domiziana Rossi

Tutte le immagini appartengono all’autore.